In un lavoro sugli oggetti di design che vogliano definirsi veramente ecosostenibili, non si può che sviluppare un discorso tecnico che preveda la sostituzione della chimica dei solventi e dei collanti con altre tecniche che siano rispettose dell’ambiente.

Il discorso diventa ancora più interessante se, al posto della sostituzione, si passa alla totale eliminazione nelle esigenze di utilizzo.

Niente di nuovo: si tratta, semplicemente, di riscoprire vecchie tecniche utilizzate de millenni nella realizzazione di manufatti.

Gli incastri sono una specie di giunti in cui due elementi si collegano tra loro in modo tale che la sporgenza dell’uno possa inserirsi nella cavità dell’altro, affidandosi completamente alle sole forze di resistenza naturali. Ne esistono di semplici ed estremamente complessi, a seconda del legno da utilizzare e della funzione dell’oggetto che si sta realizzando.

La tecnica dell’incastro è una tradizione molto sentita anche in Giappone, dove il Sashimono, letteralmente “cose unite”, sin dal periodo Edo (1603-1868) è considerato un modo efficace di assemblare elementi lignei che compongono abitazioni e mobili. Il Sashimono ha dato vita a pezzi di falegnameria non solo perfettamente solidi e funzionali, ma anche estremamente affascinanti. In un’ottica molto moderna, all’epoca dei samurai i mobili dismessi venivano smontati e riutilizzati per altri scopi.

Infatti, uno degli elementi molto importanti in un discorso teso anche al riutilizzo e alla plurifunzione degli oggetti, è che i giunti, se idoneamente progettati, sono l’elemento principe di tutte le logiche modulari.

In Italia l’arte degli incastri ha attraversato momenti di grande fioritura, specialmente quando si è espressa come sintesi della creatività di artisti emergenti e le capacità manuali degli abili maestri artigiani.

Nel Medioevo i mobili erano molto massicci, lontani dall’essere elaboratamente assemblati: erano costituiti per lo più da assi di legno, blocchi monolitici da collocare dove servisse. Le credenze e gli armadi erano costituiti da semplici assi, le tavole si reggevano, grazie al loro stesso peso, su trespoli.

I falegnami, come li intendiamo oggi, nacquero solo dopo, quando furono inventati gli incastri, che consentivano di unire tra loro diversi pezzi a formare oggetti di mobilio più complessi e gradevoli.

Per anni, la tecnica dell’incastro si è sviluppata – si pensi all’invenzione dell’incastro a coda di rondine – in una logica autoportante, che sfruttava appieno le caratteristiche degli intagli di morsarsi tra loro senza l’utilizzo di nessun collante. Solo lo sviluppo della chimica e, quindi, l’introduzione di colle veramente efficaci, ha ridotto di molto l’utilizzo di questo know-how di antica tradizione.

Non bisogna però credere che ci sia bisogno di andare molto indietro nella storia per trovare esempi di queste tecniche: basta guardare, infatti, come sono fatte le ringhiere dei balconi di molti caseggiati dei centri storici per accorgersi che, con piegature e ribattiture, fino agli anni Sessanta non si faceva uso della saldatura elettrica.

Con la diffusione delle macchine a controllo numerico, in grado di operare autonomamente senza l’intervento umano, hanno sempre più messo da parte gli artigiani del legno.

Con l’avvento della tecnologia, infatti, abbassandosi il costo dei manufatti, si sono diffusi sistemi di assemblaggio meccanico e chimico che hanno sostituito il laborioso e creativo lavoro manuale dei falegnami, in grado di realizzare incastri complessi, come l’intarsio, ed efficientissimi.

Oggigiorno, però, il taglio laser ha riportato in voga gli incastri. La precisione del disegno tecnico e l’affidabilità delle macchine laser nell’effettuare tagli precisissimi è tale che, qualsiasi sia la sagoma programmata, la macchina è in grado di ricrearla, facendo in modo che le due parti da incastrare combacino perfettamente tra loro.

Un’evoluzione, quindi, sostenibile del modo di arredare, anche perché con il taglio laser si evitano alcune lavorazioni classiche fatte con il pantografo o le macchine utensili tradizionali. Questi, a loro volta, necessiterebbero dell’utilizzo di frese e utensili, che dovrebbero essere prodotti e poi affilati usando liquidi di raffreddamento e oli emulsionabili non sempre semplici da smaltire.

Tratto da Artèteco.