Tratto da idealista.

Il cohousing può essere considerato una dimensione sociale del vivere sostenibile, il cui scopo principale è quello di ricercare un nuovo stile di abitare che garantisca migliori condizioni di benessere e qualità. Nato nel Nord Europa, ha assunto aspetti diversi in tutto il mondo in base alle esigenze e alle culture dei vari Paesi.

I principi alla base del cohousing

Come risposta alla sempre crescente questione economica e ambientale dell’abitare, soprattutto, nelle aree urbane, a partire dai primi decenni del XX secolo viene definita e sperimentata nei tanti progetti dell’housing moderno, l’idea della “condivisione” di determinati spazi e servizi alla ricerca di un nuovo modo di vivere basato su «socialità, condivisione, collaborazione e stili di vita sostenibili». Questi sono i principi fondamentali elencati da Pietro Cobor, responsabile dell’ufficio stampa di Cohousing.it. Per concretizzare questi principi, da anni – circa una decina in Italia – si realizzano costruzioni all’interno delle aree urbane, cioè complessi abitativi composti da alloggi privati indipendenti dotati di ampi spazi e servizi comuni. Queste zone condivise da tutti gli abitanti (i cohouser) possono essere di vario genere e dipendono dalle esigenze e desideri dei cohouser stessi.

I vantaggi del cohousing

Al di là della valenza sociale, che è sicuramente un aspetto fondamentale per chi sceglie di abitare in cohousing, le ragioni e i vantaggi di una scelta del genere vanno ricercate anche nella convenienza economica. «Le prime esperienze in Italia, ma anche negli Stati Uniti, dicono che a regime si può ottenere un risparmio fino al 10-15% sulla spesa media mensile delle famiglie, a seconda di cosa hanno deciso di condividere e di come hanno deciso di organizzarsi», spiega Pietro Cobor.

I vantaggi economici vanno, quindi, individuati:

  • nel costo dell’abitazione «di norma inferiore del 15-25% ai prezzi di mercato» (stando ai dati di Cohousing.it);
  • nell’efficienza energetica, non solo grazie all’utilizzo di tecnologie rinnovabili (che i cohouser possono scegliere, dividendo i costi di installazione e manutenzione), ma anche nell’evitare lo spreco delle risorse, che si riducono condividendo spazi e servizi (come, ad esempio, lavanderie comuni attrezzate, aree di coworking, zone per il compostaggio, ma anche ampi terrazzi, giardini, palestre, ecc.) inclusi nel costo dell’abitazione;
  • nell’efficienza della gestione comune dell’abitazione;
  • nell’affittare o aprire all’esterno gli spazi collettivi (come, ad esempio, le sale comuni, i micro-nidi o gli spazi di coworking).

Come si acquista e si costruisce un’abitazione in cohousing

Sono proprio le persone interessate a sperimentare questo modo di abitare che, costituendosi in gruppo, diventano effettivamente committenti. Prima ancora dell’acquisto immobiliare, le persone si aggregano intorno a un progetto, «sulla base di una visione comune di qualità della vita collaborativa e, solo in seguito alla loro adesione preventiva e definitiva, il progetto vero e proprio parte grazie alla costituzione del gruppo promotore composto da un nucleo rilevante di futuri abitanti (in genere, almeno il 50%)», dice Pietro Cobor.

Il gruppo di cohouser può determinare completamente il programma delle future case, una cosa impossibile per un proprietario di un appartamento qualsiasi. Fondamentale, a questo punto, è il contatto diretto degli utenti con l’architetto, in generale possibile solo nella progettazione della casa unifamiliare.

Infatti, questa modalità di abitare prevede che l’architetto si confronti con un gruppo di individui e non con anonimi e futuri utenti. I complessi abitativi in cohousing sono, quindi, realizzati su misura e riflettono le preferenze dei loro proprietari: piante non convenzionali, camere distribuite in maniera particolare, spazi ricercati, materiali di costruzione scelti. Gli insediamenti in cohousing sono sempre caratterizzati dalla «compresenza di spazi abitativi individuali e di spazi comuni, fino al 10-15% del totale della volumetria costruita». Queste caratteristiche rendono la maggior parte dei progetti costruiti edifici di alta qualità architettonica, molto più interessanti dei comuni progetti di complessi abitativi.

L’iter da seguire per realizzare una casa in cohousing

Esistono molte maniere per realizzare un’abitazione in cohousing, o meglio, molti “inizi”, che possono essere dati dall’individuazione di un terreno edificabile o di un edificio da ristrutturare, da un’idea abitativa condivisa di un gruppo – anche ristretto – di persone, o dall’idea progettuale e sociale proposta da uno o più professionisti o società di servizi che, presentando pubblicamente il proprio progetto, cercano acquirenti interessati. Qualunque sia lo “start” del progetto, chi decide di impegnarsi concretamente nella realizzazione si costituisce in gruppo promotore e inizia la fase di progettazione partecipata. Interagendo con il progettista, i futuri cohouser progettano le loro future abitazioni e iniziato a ragionare sui temi che saranno alla base delle scelte sugli spazi comuni.

Pietro Cobor racconta un esempio concreto, ancora in via di realizzazione: COventidue, un complesso residenziale di cohousing a Milano, dove «avendo il gruppo promotore raggiunto un percentuale di adesioni del 90% del totale delle unità disponibili, si è proceduto all’acquisto del palazzo storico e sono già stati avviati i lavori di demolizione. I 55 futuri cohouser sono così diventati destinatari ma anche proponenti del progetto stesso, assumendo con ciò un ruolo attivo sia nelle decisioni che riguardano la loro vita futura, sia nell’investimento necessario a far procedere l’operazione immobiliare».

«Va rilevato – continua Cobor – che, in questo modo, vengono eliminati alla radice molti oneri finanziari insiti nel processo edilizio, sia perché tutto si decide prima del cantiere (dal momento che il progettista parla direttamente con l’utente finale), sia perché il progetto parte con i futuri cohouser già presenti (il rischio di invenduto tipico dei progetti tradizionali viene praticamente annullato), sia perché le forniture vengono gestite in modo diretto».

I professionisti coinvolti nella progettazione in cohousing

I professionisti sono, per lo più, quelli generalmente coinvolti nelle operazioni immobiliari: operatori immobiliari, architetti, ingegneri, ecc. Quello che cambia, rispetto a un normale processo progettuale e costruttivo, è il rapporto tra gli utenti finali e il progettista. Va tenuto presente, infatti, che il committente dell’architetto non è un futuro utente immaginario e sconosciuto, che possiamo descrivere come utente anonimo o standardizzato, l’utente per antonomasia nel progetto di housing. Qui si tratta di un gruppo di persone vere e reali, con le loro idee e le loro richieste precise. Ed ecco che entra in scena una nuova figura, il “facilitatore” di gestione delle dinamiche di gruppo, che, oltre a sedersi intorno a un tavolo insieme ai futuri cohouser per studiare il miglior progetto possibile, funge anche da mediatore tra il gruppo di cohouser e l’architetto.

Quanto può essere grande il cohousing

Affinché un cohousing possa essere veramente sostenibile, sia da un punto di vista economico che ambientale, il gruppo deve essere composto da un minimo di 10 unità, al disotto è difficile riuscire ad attivare un processo costruttivo virtuoso. Il tetto massimo, invece, può essere molto alto, visto che al di sopra delle 60 famiglie «i cohousing si possono organizzare in “cluster”, ossia più cohousing di 30-40 famiglie con spazi e servizi dedicati, i quali gravitano intorno ad una club-house dedicata a tutti».