Tratto da Treccani.

Il design sostenibile basa la progettazione di nuovi prodotti, frutto del miglior compromesso fra parametri ambientali e tecnico-economici, sulla valutazione degli impatti ambientali e sulla scelta dei materiali, delle forme e delle strutture. Questo iniziale criterio quantitativo, con cui spesso viene affrontata la questione ecologica, non è ormai più sufficiente e si deve ampliare e connettere con valutazioni di tipo qualitativo: il senso di crescita economica e di benessere, lo sviluppo sostenibile. Si deve, cioè, prendere coscienza del fatto che non sono necessarie soltanto soluzioni tecniche mirate e parziali, ma anche scenari complessivi e futuribili in grado di ripensare la cultura del progetto e quella della produzione.

Oggi con design sostenibile si intende la progettazione di prodotti mediante l’applicazione di regole e indicazioni atte a indirizzare la produzione di nuovi oggetti prendendo in considerazione anche le richieste dell’ecosistema.Il design sostenibile non si fa, quindi, più carico esclusivamente dell’impatto ambientale del prodotto: quest’ultimo diventa, invece, uno dei requisiti imprescindibili del progetto. È sempre più necessario, perciò, superare il concetto di design sostenibile associato alle realizzazioni di pezzi unici, di serie limitate e realizzate attraverso forme di reimpiego di scarti; un approccio ben poco risolutivo, se visto in un’ottica di grandi numeri.

Riduzione, riuso e riciclo, montaggio, smontaggio. autocostruzione, uso di energie pulite e rinnovabili, riduzione delle emissioni nocive, scelta dei materiali, analisi, certificazione e dematerializzazione del prodotto-servizio: sono queste le parole chiave della prima fase del design sostenibile, chiamato anche “ecodesign”. Per progettare e produrre un oggetto ecocompatibile, a queste si possono aggiungere, e in alcuni casi recuperare e aggiornare, valori e significati che emergono dai concetti di innovazione, ruolo della tecnologia, semplicità ed essenzialità, leggerezza, mono e multifunzione, flessibilità e compattezza. Solo così è possibile arrivare al “vero design”, quello in cui «agiscono forti interazioni fra scoperta scientifica, applicazione tecnologica, buon disegno ed effetto sociale positivo», come sintetizza nel suo saggio Design. Rivoluzione, evoluzione o involuzione? (1983) Giovanni Klaus Koenig.

Dibattito storico

Il dibattito scientifico e le prime prese di posizione nei confronti dei problemi ambientali e dei “limiti dello sviluppo” avvenne fra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta del secolo scorso. Soltanto recentemente, quarant’anni dopo l’inizio del dibattito, le questioni teoriche hanno iniziato ad avere ricadute concrete sui progetti e sulle produzioni industriali di oggetti d’uso quotidiano. Diversamente è capitato, invece, nei settori della ricerca tecnologica legata ai materiali ecocompatibili, alla produzione di energie alternative o pulite, o ai sistemi di produzione industriale con alte prestazioni di qualità ambientale, dove gli effetti di un’attenzione all’ambiente sono arrivati molto prima. Fin dagli esordi, con The limits to growth (1972), primo studio commissionato dal Club di Roma al System Dynamics Group del MIT (Massachusetts Institute of Technology) per documentare l’insorgere della questione ambientale in termini globali, il dibattito scientifico si è focalizzato sul problema della scarsità delle risorse e sulla crisi del petrolio, su un attacco al consumismo e sul promuovere una filosofia del “fare meno con meno”.

È proprio Donella H. Meadows, principale autrice del rapporto, ad affermare che, «nell’ipotesi che l’attuale linea di sviluppo continui inalterata nei cinque settori fondamentali (popolazione, industrializzazione, inquinamento, produzione di alimenti, consumo delle risorse naturali), l’umanità è destinata a raggiungere i limiti naturali dello sviluppo entro i prossimi cento anni. Il risultato più probabile sarà un improvviso, incontrollabile declino del livello di popolazione e del sistema industriale». L’impatto di tale studio, in particolare quello della prima versione, fu notevole perché giungeva in un periodo in cui era ancora forte la fiducia verso il continuo progredire della società. A conferma della progressiva internazionalizzazione del dibattito intorno al tema delle relazioni tra ambiente e sviluppo, nel 1987 la World Commission on Environment and Development (WCED) pubblicava Our common future, noto come Rapporto Brundtland (dal nome del presidente della commissione, l’allora primo ministro norvegese Gro Harlem Brundtland), in cui lo sviluppo sostenibile viene definito come uno sviluppo che soddisfa le necessità attuali senza compromettere la possibilità per le generazioni future di soddisfare a sua volta le proprie.